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Parli arabo? Perché la lingua non è una barriera così insormontabile per fare business a Dubai

Parli arabo? Perché la lingua non è una barriera così insormontabile per fare business a Dubai

Ogni lingua ha i suoi detti, proverbi e modi di dire. Uno in particolare che mi torna utile in questa sede è l’espressione che per noi italiani definisce qualcosa di incomprensibile. Diciamo “per me è arabo”, “ non parlare arabo”.

Per gli anglosassoni invece è la lingua degli olandesi ad essere incomprensibile (“Don’t speak double Dutch!”) o quella dei greci (“It’s Greek to me”), mentre per i francesi e gli spagnoli è il cinese (“Parler chinois” e ¡Para mí habla chino!). A ognuno i suoi detti!

Arabo (ma in effetti anche il cinese) è per noi sinonimo di incomprensibilità, di mistero, di indecifrabilità, con il suo alfabeto dai segni artistici ed eleganti, ma dalla sonorità alquanto ostica. Dobbiamo prendere questo detto alla lettera e farci intimorire dalla barriera linguistica per non avvicinarci al mercato di Dubai? La risposta è NO, ovviamente. L’arabo è sì la lingua ufficiale degli Emirati, ma soprattutto nei rapporti di lavoro è, prevedibilmente, molto diffuso l’inglese.

lingua-stranieraDubai è una specie di babele di lingue. Se si considera che circa il 87% della popolazione è composta da expat, non è tanto assurdo immaginarsi di essere nel bel mezzo di una piazza frastornati dal cicaleccio di mille diverse voci che contemporaneamente parlano tra loro in un intreccio di lingue astruse e impenetrabili. Già, perché nel complesso le lingue europee sarebbero ben poco rappresentate. La maggioranza degli espatriati infatti sono per lo più asiatici, cioè indiani, pakistani, bengalesi e quindi le lingue che sentireste parlare in quella piazza sarebbero più che altro urdu, hindi, bengali, pashto, malayalam, tamil, telugu, tagalog, cinese. E, soltanto qua e là, qualche suono un po’ più familiare (solo circa 500 mila residenti provengono da Europa, America, Australia e Sudafrica).

Detto questo, in un contesto di business, arabo e inglese sono le due lingue che entrano in gioco. Dando per scontato che una qualche dimestichezza con l’inglese generalmente la si possiede, non sto consigliando di mettersi necessariamente a studiare arabo, ma nel mondo di oggi interconnesso e globale è sempre raccomandabile darsi un’infarinatura di cultura, tradizioni e usanze del luogo in cui si ha intenzione di fare business, per trovarsi un po’ più a proprio agio durante incontri o appuntamenti di lavoro.

Nella mia esperienza decennale qui a Dubai posso testimoniare di almeno due errori più comuni commessi dagli italiani che vogliono internazionalizzare qui la loro attività:

  • il fai da te
  • rivolgersi esclusivamente a professionisti italiani, solo per una problematica di lingua

Questo secondo punto va contro i miei stessi interessi, starete forse pensando. Sì, in effetti, in qualche modo può sembrare così. Ma credo che l’onestà e l’integrità professionale ripaghino sempre in prospettiva, e pertanto non arriverei mai ad affermare che un imprenditore debba rivolgersi a me solo perché la lingua è un così arduo ostacolo impossibile da affrontare da soli (d’altro canto non parlo arabo fluentemente, quindi che senso avrebbe la mia affermazione?). Quello che invece sostengo è che internazionalizzare a Dubai è un’impresa assai complessa e che il fai da te è la prima carta per l’insuccesso — e nel fai da te ricade il problema lingua e, più in generale, di competenza culturale.domande

Faccio un esempio. Fa parte della cultura araba l’usanza della lunga e lenta trattativa prima di chiudere un affare o un contratto. I migliori affari il più delle volte si concludono a tarda notte, dopo trattative estenuanti per l’occidentale, ma del tutto normali per la mentalità araba.

Scartando pertanto il fai da te, oltre all’appoggiarsi ad una istituzione o ad un professionista italiani, quali altre opzioni ci sono? Potrei consigliare la possibilità di rivolgersi direttamente ad un professionista emiratino, ma anche in questo caso non mi sentirei del tutto sereno in questa posizione. Come accennavo prima, è essenziale conoscere almeno un po’ degli usi e dei costumi di un popolo e, se non avete mai vissuto negli Emirati Arabi, è improbabile che abbiate un’idea del modo di fare e della “personalità professionale” degli emiratini. Molti di loro si spacciano per essere appartenenti a famiglie sceicche e vantano di avere relazioni forti con personaggi importanti o all’interno di strutture di potere. In realtà sono più probabilmente delle persone benestanti senza una vera concretezza di business, che alla prova dei fatti non mantengono quello che hanno promesso. Diversi imprenditori italiani sono arrivati da me dopo essere incappati in qualche guaio; alcuni clienti avevano per esempio già intrapreso un percorso di joint venture con partner locali che si proclamavano maghi capaci di inserirli nel mercato in poche semplici mosse, che in realtà o non si sono rivelate efficaci o addirittura non sono state nemmeno messe in pratica.

Per concludere, credo che a conti fatti rivolgersi ad un professionista italiano, che vive e lavora sul posto, sia la strada più sicura per un imprenditore che voglia aprirsi al mercato di Dubai. Di professionisti seri ce ne sono pochi, purtroppo (ma questo è vero a Dubai, in Italia e in qualunque altra parte del mondo), e quindi la differenza sta nel riconoscere chi possiede un metodo di lavoro affidabile e solido. Obiettivo di questo blog è farti conoscere meglio il mio metodo ed i risultati che ho ottenuto in questi anni.

Se volete saperne di più, contattatemi qui.

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